Lunedì 20 Luglio quarta puntata ore 23.20 su RaiUno - Per conoscere e dibattere ” LA VALIGIA CON LO SPAGO” inchiesta su i flussi migratori e le nuove schiavitù.

Blog per conoscere e dibattere un programma Tv di quattro puntate di inchiesta sull’immigrazione nel mondo (flussi migratori - nuove schiavitù). che andranno in onda su Rai uno dal prossimo 29 giugno in seconda serata.
Testi e regia di luca de mata
con la supervisione di Mauro Piacenza
collaborazione di Nicola Bux e Massimo Cenci
Colonna sonora composta da Aurelio Canonici
Un programma di luca de mata e Teresa De Santis
fotografia: Cristian Furci, montaggio Caterina De Mata,organizzazione di Orsa Lumbroso,Delegato alla produzione Rai Federica Guerrieri -
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L’emigrazione non può continuare ad essere l’ennesimo affare per le criminalità organizzate del pianeta.

L’idea di fondo di questa inchiesta è ricordarci che dietro ogni donna, uomo, qualunque sia la sua condizione c’è una Persona. E mai come in questo caso il ragionamento si allarga ad un fenomeno planetario che ci sta coinvolgendo tutti e ci sta cambiando tutti. Non possiamo più voltare la testa da un’altra parte. Il mondo è cambiato, e noi siamo cambiati? Quali leggi possono fermare uno tsunami umano di disperazione e miseria che infila in una città come Roma bambini a dormire dentro i cunicoli della strada. Quando si viene dal nulla anche un cunicolo diventa una reggia, ma quanti di noi possono accettare tutto questo? Ed anche se nessuno sa la soluzione reale del problema una risposta dobbiamo trovarla. L’emigrazione non può continuare ad essere l’ennesimo affare per le criminalità organizzate del pianeta.  luca de mata

Ed oggi?

 La valigia con lo spago e subito, d’istinto, pensi alle immagini dei milioni di emigranti: Italiani, Irlandesi, Polacchi, Spagnoli, Portoghesi che, all’inizio dell’800 e ancora fino agli anni ’50 del secolo scorso, si spostarono da un continente all’altro, con le loro valige legate, tenute sulle spalle, in fuga dalla miseria. Donne, uomini, adolescenti spesso analfabeti che, con caparbietà, sacrifici, volontà sono stati mattoni reali che hanno contribuito alla costruzione della ricchezza dell’Occidente.  Masse.
 Milioni di individui oggi integrati, figlie e figli di quelle valige di cartone difficili da distinguere, ormai, da chi in quelle stesse terre era arrivato solo un secolo prima in fuga dalle miserie e dalle persecuzioni, quando non deportati con la forza.
Ed oggi?
Ed oggi ancora i tanti arrivi di immigrati nel mondo hanno le stesse regole? Gli stessi modi degli ultimi due secoli?
No! oggi si arriva senza valigia. Senza nulla. Milioni di ombre. I clandestini, scivolano lungo montagne e coste per raggiungere un sogno, che più spesso è risveglio in una miseria che è più della stessa miseria da cui sono fuggiti.
Ombre scivolano lungo le coste.
Ombre senza valigia perché nella barca non c’è spazio
Ombre senza valigia per meglio attraversare sentieri di monti e  precipizi. E se troppo pesanti, ombre lasciate affogare, rotolare nei burroni. Ombre che non devono lasciare tracce sui sentieri e rotte dei mercanti della carne.
Pagamento anticipato.
La valigia è la tua ombra.
Lo spago è attorno al tuo collo e ti stringe, ti stringe, ti mozza il fiato. Spago di criminali, ricattatori, strozzini senza pietà: quando non i soliti fanatici del terrore.
Tu devi pagare ed ubbidire. Tu devi diventare un ombra perché ti porti di là!
La valigia ? sei tu!
Ombre quando legalizzate solo in Italia hanno versato alle casse dello Stato 6miliardi di Euro, con cui sono state pagate pensioni a centinaia di migliaia di Italiani.

Un giorno con la mia ombra.

Palermo. Qui ho conosciuto Mohammad grazie ai miei amici della Comunità di Sant’Egidio che quotidianamente dopo essersi incontrati in Chiesa, in un momento di preghiera, stanno fisicamente vicini anche la notte ai più poveri con cibo e quanto li aiuta.
Mohammad è iraniano. Ha scelto di vivere in strada. Uomo colto. Parla mille lingue. La sua casa? Le panchine che costeggiano il porto. Mohammad ha scelto di possedere nulla. Aiuta tutti senza domandare se hanno più o meno di lui. Del suo niente lo hanno derubato più volte, ma lui continua nel suo cammino di generosità. Questo è un buon motivo per iniziare la nostra inchiesta da qui con le parole, i racconti di Mohammad, iraniano che vive alle porte di Palermo. Uomo senza Valigia, che tiene stretta la sua ombra come racconta in una sua poesia.

 Mohammad Alì Roostaei - Iraniano - Un giorno con la mia ombra: un giorno mentre camminavo per strada… ero con la mia ombra. Vidi tanta gente senza ombra, perché era  trasparente. Ho scelto questo tipo di vita, ho abbandonato tutto, tutto quanto per un semplice motivo: perché io lo so che c’è qualcuno che mi aiuta dal cielo, che io aiuto agli altri e non devo aspettare niente e questa e la mia vita con la semplicità con la..non dico povertà perché… io non ho bisogno di niente, non … tengo niente però sono riuscito a conquistare… almeno la mia anima  e sono contento anche con me stesso finché Dio vuole. Due mesi fa mi hanno picchiato dove dormo io alle sette di pomeriggio, mi hanno picchiato, quattro ragazzi, e mi hanno derubato totalmente tutto, un bordello di alcol, che ne so metadolo o droga o varie cose… e non si rendono conto di quello che possono fare e vengono pure a chiedere soldi da me…almeno ogni anno 10, 15, 20 ragazzi … se ne vanno, e l’ultima volta è morto un ragazzo polacco 4 giorni fa che si trovava nella fogna…però anche loro soffrono,  si attaccano a qualsiasi cosa per non riuscire a capire chi sono. Se siamo esseri umani dobbiamo essere uniti nell’arco della vita perché si vive solo una volta e tutti ce l’abbiamo un anima quando tu sei contento con la tua anima sarai contento per il resto della tua vita.

Ogni giorno di vita.

Un amico che non c’è più (aveva forse poco più di 25 anni): “La mia testimonianza è per le persone come me che vivono sulla strada, e soprattutto a chi sulla strada è morto. A chi dorme nelle stazioni, nelle case vuote…ai dipendenti dall’alcol, dalla droga…Io, da dieci anni vivo sulla strada. Non è facile. Sono venuto qui per lavorare. Ho fatto il cuoco, il cameriere, il fabbro ferraio, l’aiuto di panettiere. Ma sempre senza riuscire ad uscire dalla mia situazione. Ognuno può finire sulla strada. Ho dormito sul pavimento delle stazioni con un ex direttore di banca. Per vivere sulla strada devi saper lottare, perché ti possono rubare anche le tue sporche cose che tieni nello zaino sotto la testa mentre dormi su un cartone. Vedi la gente che muore  per l’alcool, la fame, provi la paura di qualcuno che ti mette il coltello nella schiena…Molte persone finiscono per strada, perché si vergognano di tornare nella loro nazione… vengono per la raccolta dei pomodori, e finiscono per strada, perché imbrogliati, non ricevono salario. C’è chi muore….Di questo non si accorge nessuno. Ed iniziano a bere e si vergognano di tornare indietro…  non hanno soldi, farsi vedere a mani vuote… Si distruggono le famiglie.  Ogni giorno di vita devi conquistartela.”

Ogni giorno di vita devi conquistartelo, ed una sera non l’ha conquistata. La vita. Non aveva nulla, e non ha lasciato nulla se non quello che ha detto.

In quartieri di soli clandestini

Entro in quartieri di soli clandestini da cui, la notte escono in fila come brave formichine per improvvisare mercatini. “Qui anche le pietre pagano”. Di giorno i negozi, la notte loro. Un ciclo di vendita che non si ferma mai. Un ciclo di cui qualcuno ha dettato regole e luoghi. Prima di qui ero stato a Napoli: la differenza è evidente. La camorra stritola e soffoca il territorio con più ferocia. L’orario è unico. Sul marciapiede la porta del negozio e verso il muro e verso la strada altri due venditori abusivi. Sullo stesso spazio in tre. Tre pizzi? Ma tutta questa mano d’opera dell’arrangiarsi da dove proviene?

Forse anche io mi spengo completamente.

Algerino in una strada di Palermo. 

Io sono un cittadino algerino di 42 anni. Nel 2001 quando è scaduto il mio permesso di soggiorno è arrivato un telegramma che mio fratello è morto, folgorato con un cavo dell’elettricità, mi hanno detto: vai a sfruttare questa fortuna di prendere soldi e io…non prendere soldi dal mio fratello che è morto. Per noi musulmani… non mangiamo una cosa che non appartiene a noi.  E’ dal 2002 che le cose stanno andando troppo male. Non trovo né lavoro. Vivo in una clinica abbandonata con una candela e questa clinica, mi pare fra un mese, la fanno restaurarla e questa candela si spegne e forse anche io mi spengo completamente.

La violenza solitaria dell’alcool che uccide.

Passo un’altra notte con gli amici del volontariato di ogni età. Con il loro  stare vicino a chi vive la disperazione della strada. La violenza solitaria dell’alcool che uccide. Le droghe dei disperati. La chetamina che ti fa bere fino a che gli occhi ti escono dalla testa e la lingua va dietro, dietro fino a strangolarti. Incontro persone straordinarie e disperati dai passati misteriosi quanto la loro scelta di vivere sugli ultimi gradini che ti offre la vita.  La maggioranza? Immigrati che non hanno superato la disperazione di non stare in un sogno, ma in una realtà più dura e spietata di quella che hanno lasciato. Per quel biglietto di sola andata hai pagato vendendoti tutto a chi ti promesso tutto e di più, ma poi ti ha abbandonato in una sequenza senza fine di mercanti di carne umana. Clandestino del lavoro pagato una miseria ti consoli illudendoti che quanto ti danno anche schiavo è sempre di più di quanto non hai mai avuto nel villaggio da dove vieni. La speranza? Cosa è per te che hai visto figli, padri e mogli fatti a pezzi, senza un perché. Interessi a te sconosciuti. Interessi giocati tra chi taglia diamanti o compra petrolio. Tutto è viscere della tua terra. Tutto è tua ricchezza che non sarà mai tua. Diventi così onda di una fuga che non si ferma. Onda che va verso l’isola che non c’è. Vieni qui dove ti attendono altri predatori. Perché anche questa è l’isola che non c’è, anche se nessuno ti riconosce che le terre di quest’isola che non c’è le stai coltivando tu, e tu  stai vicino ai nostri anziani. Nelle cliniche stanno nascendo più figli tuoi che nostri. Il futuro non potrà che essere insieme e l’isola che non c’è tornerà continente. Pochi oggi vi dicono che siete in tanti integrati onesti costruttori del bene di tutti il tempo ed il vostro lavoro vi daranno ragione.

Meglio morire nella propria patria con i genitori che morire in una terra lontana.

Ragazzo eritreo – ( “Missione Speranza e Carità” di Fratel Biagio)  

Per motivi politici ho lasciato l’Eritrea. Troppo difficile continuare. Ero militare. Sono fuggito attraverso il Sudan. La situazione era pessima. Ho lavorato per circa un anno e poi decido:  la Libia. Ho passato il Sahara in 20 giorni.  Decisi di venire in Italia. Affrontare il mare: vita o morte. Parto insieme a 280 persone. Arriviamo.  Ai miei connazionali dico anche se state passando un momento difficile sopportate tutto e rimanete dove state, non è semplice vivere da immigrati.  Meglio morire nella propria patria con i genitori che morire in una terra lontana.

Quando interi popoli sono in fuga è come voler gestire le onde degli tsunami con delle leggi. E’ possibile questo?

Capire dove sono i miei piedi, ancora più oggi che non sono ragazzo, da senso alla mia vita e alla mia libertà. Ancora pochi passi ed entro nel Centro che ha creato dal nulla uno strano frate dal cuore immenso per accogliere questa povera gente. Guardo i loro occhi. Tutta brava gente quella che qui il frate raccoglie? Fuori di qui chi si impadronirà di loro per lavori e traffici? Chiacchiere? Realtà? Certo non sono un romanzo a fumetti le persone che incontro.   Voglio capire quanto la mafia, ed in generale le organizzazioni criminali entrino nei meccanismi dei flussi migratori e ne controllino la quotidianità per farne profitto. Voci e racconti rafforzeranno questa terribile ipotesi che il traffico di esseri umani fa fare soldi, tanto denaro. Sono qui per questo e nessuno mi fermerà di andare fino in fondo. Mi muove la carità della verità, perché tra noi ci sia sempre più giustizia e pace per tutti. E mai come ora mi rendo conto che i cambiamenti di questi ultimi anni sono stati così veloci che tutti gli schemi che ci siamo costruiti non rappresentano più nulla. Anche qui  e lì, da bancarelle identiche come in tutta l’Europa, si diffondono musiche orientali. Le clientele del potere criminale diventano immense macine di ogni valore reale. Il confine tra quello che si può e non si può fare diventa sempre più una linea difficile da vedere e vivere con amore verso il proprio prossimo. Se qui le regole sono precise e tutti le rispettano è perché i mugnai sanno come far girare le ruote della macina. Biagio Conte, il frate che incontro, insieme ad un sacerdote salesiano ed un pugno di volontari dal cuore immenso, sono sentinelle dell’amore. Sotto un’immensa croce issata fin sulla cima di un camino in disuso lui accoglie chiunque bussi alla sua porta. La prima volta che arrivai qui alla missione che lui ha voluto chiamare “della speranza e della carità” era notte, letti ovunque.Offrire un letto a chi vive in un cartone non è un semplice gesto, ma un segnale, che la vita, le persone sono ancora valori più forti del crimine o di chi vuole fuggire da un problema che sta investendo tutte le nazioni: gli immigrati, siano essi regolari o no. Quando interi popoli sono in fuga è come voler gestire le onde degli tsunami con delle leggi. E’ possibile questo?

Fratel Biagio Conte (Fondatore “Missione Speranza e Carità”)

Fratel Biagio Conte (Fondatore “Missione Speranza e Carità”):

Pace e speranza a voi tutti, fratelli e sorelle. Sono nato in questa città. E come tanti giovani, ero preso dal mondo materialistico, consumistico. per me quello che valeva erano gli amici, la comitiva. Vedevo tanta indifferenza ma anche tanta disuguaglianza. Io notavo i problemi degli emarginati, nelle panchine, negli angoli, nelle stazioni. Ho vissuto un periodo di silenzio, la mia stanza diventa un riparo, un luogo dove meditare, I miei amici non mi capiscono, perché allarmano i miei familiari: curatelo! Curatelo! Avrà la depressione! Allora rispondevo a tutti… anche ai medici rispondevo: curate questa società malata e anch’io guarirò, ma non mi accorgevo del crocifisso nella mia stanza. Mi sento osservato, fino a che do uno sguardo al crocifisso: Gesù per me diventa,  la speranza, la forza. S. Francesco. Mi ha fatto comprendere che devo vivere nel cammino della missione. Non vado più a casa, vado a vivere alla stazione centrale di Palermo, tra i vagoni  vedevo che tanti morivano dal freddo. Quando arriva l’estate, in due giorni possono arrivare anche 1200 sbarchi. Come faremo stasera? Domani? Il giorno qui è sempre 24 ore su 24 ore, ma con l’aiuto di tutti e col sostegno della preghiera andiamo avanti, nell’affidarci nelle mani di Dio.

Dario Malizia - Fond. “Missione Speranza e Carità

Dario Malizia  - Fond. “Missione Speranza e Carità

Pace e speranza. Della missione. Questa si chiama “La cittadella del povero della speranza”. Qua vengono accolti soprattutto i richiedenti asilo, i rifugiati che escono dai centri di accoglienza dello stato e che appunto non sanno assolutamente dove andare senza purtroppo neanche un soldo in tasca, spesso, senza parlare l’italiano. Il carisma della missione è proprio di riparare, di rimettere in piedi queste strutture tutte cadute.

Solo mangiare. Come schiavi. Non potevi uscire. Sono stato 4 mesi poi sono fuggito.

Tutte storie di umili non molto diverse da quella che un gigante polacco di spalle ci racconta, cosciente che nessuna ricchezza paga quanto l’amore e la generosità verso il nostro prossimo.

Come questa di un’elettricista - (Fondazione Speranza e Carità - Fratel Biagio Conte): Sono nato a Cracovia. Ho 50 anni. All’inizio abitavo in un quartiere  al centro della città. Mi sono diplomato. Ho lavorato. Non andava bene. Mia sorella era in Italia. Un giorno mi telefona. Vieni – mi dice -  c’è un italiano, che ti darà lavoro e una casa… Prendo un autobus e parto. Mia sorella ritorna in Polonia ed allora all’italiano che mi aveva promesso lavoro non interesso più. A lui interessava mia sorella. Rimango in strada. Mi dicono di Napoli.  Vado. Con altri polacchi quasi 20, facevamo le casse di legno dei video poker. 10 -12 ore, senza paga. Solo mangiare. Come schiavi. Non potevi uscire. Sono stato 4 mesi poi sono fuggito. Non ero più schiavo, ma ero per strada. Riesco ad arrivare a Roma. Dormivo in strada: in un passaggio della galleria di piazza San Pietro. Là ho sperimentato il cuore buono degli italiani. Quando venivano chiedevano di cosa avevamo bisogno. Io gli dicevo: Posso lavorare, non voglio mendicare. Le mie scarpe erano sfondate. Volevo andare a sud. Al caldo, dove i marciapiedi siano caldi anche di notte. Penso a Palermo. Mi regalarono scarpe e biglietto.E qui a Palermo scoprii la Missione della Carità di Fratel Biagio.  Io che non ho nulla ora posso aiutare il mio prossimo con il mio lavoro di elettricista. Mi sento di valere, di non essere più un fallito. Mi dico:” Io valgo!”.

Lui parla. Io penso. Rifletto. E’ un intreccio reale che suscita in me stupore.  Le sue parole, il suo racconto, le sue speranze si perdono mentre mi scorrono immagini di luoghi conosciuti nel mio continuo viaggiare, luoghi di colori e bellezze straordinarie, ma anche di miseria. Miseria che mi fa sentire tutta la mia pochezza dell’impossibilità di fare per tutta questa disperazione. Ed allora ti senti ancora più straniero, un imbecille turista della miseria. 

Bambini che vivevano in grotte!

Angelo Luciano, Fondatore a Castelvolturno (Napoli, Italia) di una casa di accoglienza per salvare non degli immigrati, ma delle persone:

“Tutto quello che noi abbiamo vissuto, io parlo fin dal 1982 quando abbiamo iniziato, per fortuna, abbiamo iniziato a fare questa attività di volontariato, abbiamo visto e abbiamo vissuto in scenari stravolgenti, delle situazioni che io non ho mai voluto che fossero accettate in un paese civile come la nostra Patria. Persone che hanno sofferto tantissimo, bambini che vivevano in grotte, in ex stalle nemmeno usate dagli animali più, donne che venivano, venivano sfruttate e che ancora oggi questo fenomeno si allarga sempre di più, della prostituzione. Uomini che vanno a lavorare e vengono sfruttati per poche lire, per pochi euro, oggi, al giorno.”

Immigrazione:un fenomeno nuovo in Spagna.

Spagna. Sono nelle terre descritte da Miguel de Cervantes.  La cittadina di Cuenca è splendida. Nella straordinaria Cattedrale sta entrando in processione il Vescovo, seguito dal suo popolo. Tanti bambini seduti qui e lì, sembrano angeli mandati dal cielo. Figli di immigrati. Incontro S. E. Mons. José Maria Yanguas Sanz – Vescovo di Cuenca:

Il fenomeno dell’emigrazione è anche un fenomeno nuovo in Spagna come in altri paesi dell’Europa. Esso rappresenta una sfida in questa nostra società spagnola, abituata piuttosto all’emigrazione che non all’immigrazione.L’emigrazione costituisce una sfida dal punto di vista culturale, ma anche politico, economico, ed indubbiamente religioso. Ma l’accoglienza della Chiesa non può limitarsi ad un lavoro pur necessario, di carità. La relazione col mondo dell’emigrazione non può limitarsi al mondo della Caritas. La Chiesa ha una missione di evangelizzazione. In altri tempi siamo andati dall’Europa nei nuovi continenti, ad Evangelizzare quelle terre. Ora sono quelle terre che vengono in questo vecchio continente, e la Chiesa deve sentire la sfida di Evangelizzare.